SUMMER OF LOVE di George Martin finalmente in italiano

Sono molto felice di annunciare che è imminente l’uscita del mitico libro “SUMMER OF LOVE – The Making Of Sgt Pepper” di George Martin, la più bella storia dei Beatles raccontata dal loro scopritore artistico e produttore di tutti i loro dischi, tradotta in italiano da Paolo Somigli.
La presentazione del libro è prevista per domenica 16 novembre all’Alcatraz di Milano in occasione di “Second Hand Guitar”. Vi diamo in anteprima la prefazione del libro scritta da George Martin e l’apertura a cura di Paolo Somigli.
Il libro che vedete qui pubblicato è la prima edizione che George Martin mi mandò come regalo di Natale nel 1994.
All the best!

 

Rolando Giambelli

“SUMMER OF LOVE – The Making Of Sgt Pepper”  di George Martin

 PREFAZIONE DI GEORGE MARTIN

Quando incontrai i Beatles per la prima volta, nel 1962, pensai che la loro musica non fosse un granché. Mi sembrava troppo elementare, mi pareva che le loro canzoni avessero poco spessore. D’altra parte mi resi immediatamente conto che quei ragazzi avevano un enorme carisma, emanavano un fascino istintivo del quale a quanto pareva non erano consapevoli nemmeno loro. Ognuno aveva qualcosa di particolare. Erano diversi da qualsiasi altro gruppo di ragazzi che avessi mai incontrato. Erano divertenti, sfrontati senza mai essere volgari; insomma, non si poteva fare a meno farseli piacere. A me piacquero moltissimo, e quindi pensai: “Così come sono piaciuti a me, piaceranno anche al pubblico, se soltanto riuscirò a trovare una canzone adatta...”. Fu sull’onda di quella sensazione a pelle che li scritturai per la Parlophone, l’etichetta della EMI che dirigevo. Tutti noi sappiamo com’è andata poi a finire, e ovviamente quella decisione cambiò radicalmente sia la mia vita che la loro.

Oggi, a mezzo secolo di distanza, i Beatles sono conosciuti in ogni angolo del mondo. Sono diventate le icone della loro generazione, il simbolo dell’ingegno e della creatività britannici. Quel carisma e quel fascino che avevo intravisto quel giorno hanno toccato il cuore praticamente di tutti in tutto il mondo, e la loro musica è andata crescendo in bellezza e in complessità oltre ogni previsione. Quello che avevano raggiunto era genio puro; e quando il mondo se lo trovò di fronte, quel disco, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, venne unanimemente riconosciuto come il portavoce di quella rivoluzione sociale che poi venne definita Summer of Love. L’intera nazione britannica ha cavalcato quell’onda di gioia ed esuberanza, con Mary Quant e Carnaby Street che hanno dettato uno stile copiato poi dappertutto.
I giovani di tutto il mondo scoprirono che non erano più costretti ad uniformarsi allo stile di vita dei propri genitori. Il Flower Power indicava la strada da seguire, e tutti scoprirono che era possibile scrollarsi di dosso gli ultimi rigurgiti dell’epoca vittoriana piena di bacchettoni e di ipocrisie sessuali. La terribile minaccia dell’Aids era ancora di là da venire. Ma a dire la verità, personalmente di tutto questo non mi accorsi minimamente: ero troppo indaffarato.

Per me il 1967 fu un anno di lavoro, di lavoro duro ma pieno di soddisfazioni incredibili. Un anno di gioia, un anno di tristezze, un anno che non dimenticherò mai. Persi mio padre, che morì appena finito Pepper. Persi un grande amico, Brian Epstein, che morì troppo giovane e lasciò i Beatles senza una guida. In compenso avemmo una bella bambina, Lucie, la nostra primogenita, indubbiamente una figlia dell’Estate dell’Amore. E i Beatles capirono che avevano veramente la possibilità di fare tutto quello che volevano. Lavoravano duro sulle loro canzoni, sperimentando cose che non si erano ancora mai sentite, spingendosi sempre oltre il limite. Tutti i miei dubbi iniziali svanirono  man mano che le loro canzoni divntavano sempre più complesse e mature. Eppure non persero mai l’amore dei propri fans.

E così questo è il racconto di un anno straordinario della nostra storia, un anno diverso da tutti gli altri che l’hanno seguito o preceduto. Ma, cosa probabilmente ancora più importante, è anche la storia della realizzazione di un disco unico, del disco che ha rivoluzionato il modo con cui, da allora, sarebbero stati fatti tutti i dischi successivi.

George Martin

Aprile 2008

 

APERTURA DI PAOLO SOMIGLI

L'uomo seduto accanto a me ha movenze lente ma decise, i suoi modi sono gentili e aristocratici.
         Gli occhi, chiari e trasparenti, mi guardano con interesse. Le sue mani, lunghe e affusolate, gesticolano piano disegnando forme leggere nell'aria quando risponde alle mie domande. Non è più giovane, a parte gli occhi, che sono rimasti quelli di un bambino. Siamo seduti ad un tavolo ovale, di legno scuro; mentre mi parla, con la coda dello sguardo indovino i contorni della stanza in cui ci ha ricevuto. Non riesco a credere di essere seduto a casa sua, a Londra. Mi fa scivolare di fronte una tazza di tè preparata da sua moglie, Judy Lockhart Smith, ancora così bella nonostante l'età. Anche lei con gli occhi chiarissimi e sorridenti. Assaggiamo i pasticcini.
         L'uomo seduto accanto a me a volte smette di parlare e ascolta le mie domande con interesse e attenzione. A tratti abbozza un leggero sorriso, che gli illumina ancora di più gli occhi. Ho dato la caccia a quest'uomo per tanti anni, senza essere mai riuscito a trovarlo o a contattarlo, fino a poco tempo fa, in maniera assolutamente imprevista. Ma questa è storia recente; la sua storia invece è molto più vecchia. È la prima volta che lo incontro e non riesco a credere di trovarmelo finalmente accanto. Ho avuto la fortuna di incontrare qualche personaggio importante, nella mia vita, ma quest'uomo... ho mille domande da fargli, da mille anni a questa parte, ci sono mille cose che vorrei chiedergli: l'accordo iniziale di "A Hard Day's Night", le semicrome di "Help!", l'assolo di "Till There Was You", quali e quanti fossero i suoi interventi all'interno di ogni pezzo dei Beatles. Ed ora sono qui, e non riesco a distogliere lo sguardo da quelle mani lunghe ed eleganti, che in tempi andati hanno accarezzato cursori di antiquati e improbabili banchi di missaggio negli studi di Abbey Road, a Londra. La sua camicia aperta sul collo, di un azzurro pallido, sembra la stessa che ho visto in innumerevoli vecchie fotografie che lo ritraevano insieme a quattro ragazzi di Liverpool, in un'epoca straordinaria in cui loro cinque erano occupati a sciogliere, ricomporre e definire con intelligenza e autorità i confini della storia della musica pop. Non riesco a fargli neanche una domanda, e glielo dico. Sorride.
         L'uomo seduto accanto a me ha scritto un libro, nel 1993, dal titolo suggestivo: Summer of Love. Il sottotitolo era The Making of Sgt. Pepper. Il suo nome è George Martin, e per me e milioni di altri non è mai stato un uomo qualsiasi. Mai. Il suo è un libro introvabile in Italia, perché misteriosamente non è mai stato tradotto, anche se è stato citato - a volte a sproposito - in innumerevoli testi pubblicati nel nostro paese. Sono finalmente riuscito ad acquistarne i diritti, l'ho tradotto con cura e amore, e prima di pubblicarlo in Italia mi trovo a Londra, in un loft davanti a Hyde Park, a casa sua, per incontrarlo finalmente di persona. E ora, in questa giornata di sole sono accanto a George Martin e provo una sensazione ineffabile: da una parte è come se fossi entrato in una storia mille volte più grande di me, e dall'altra tutto mi sembra assolutamente semplice e familiare. La luce bassa, il tono pacato della sua voce nasale che ho imparato a conoscere così bene in tutte le interviste che ho visto negli ultimi quarant'anni; l'arredamento semplice e la grazia di quel momento, il tè e i pasticcini, il suo sguardo cortese e la sua attenzione. Dovrei sentirmi sopraffatto, ed invece tutto contribuisce misteriosamente a rendere questo scenario magicamente familiare; è incredibile cosa possa fare il tempo: improvvisamente è come se fossi andato a trovare un vecchio zio, che mi racconta tranquillamente e con affetto di parenti comuni, nominandoli uno per uno, ed è come se li conoscessi tutti perfettamente anch'io. "Ho parlato con Paul, sai, la settimana scorsa."
         L'uomo seduto accanto a me ascolta attento mentre gli spiego che da piccolo mia madre mi impedì di andare al cinema Adriano, a Roma, a vedere i Beatles, perché avevo solo dieci anni. I Beatles a Roma... quel ricordo, le foto dell'epoca: tutto quello che ha a che fare con quel concerto da più di quattro decenni fa parte della storia, dell'immaginario di ogni beatlesiano. E lui... lui si piega lentamente verso sua moglie: "Abbiamo mai portato i ragazzi a Roma, Judy? Non me lo ricordo". Sì, Sir George, sì, li hai portati a Roma, ti assicuro che l'hai fatto, gli avrei voluto gridare. Li hai portati i ragazzi a Roma, a Genova e a Milano, io lo so bene. Li hai portati eccome. Ancora se ne parla, di quei pochi unici concerti del '65. Eravamo ragazzini, tutti quanti, ma eravamo tantissimi.
         L'uomo seduto accanto a me ha inventato, interpretato, sconvolto i confini della musica pop. Quel disco dal titolo impronunciabile, Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band, è praticamente un suo esperimento creativo. Chi scrive ricorda benissimo la fila di ragazzi che aspettavano di entrare nel negozio a comprarlo, i movimenti febbrili per tirare fuori il disco dalla busta per poi ascoltarlo, la sorpresa della mancanza assoluta di solchi sul vinile che avrebbero dovuto separare un pezzo dall'altro, i gadget di cartoncino contenuti all'interno della doppia copertina, i testi stampati sopra, i suoni incredibili. E tutto questo quando Revolver e Rubber Soul avevano già lasciato tutti senza fiato. Chi scrive ricorda con esattezza la puntina del giradischi che si muoveva agile tra la seconda traccia e la terza, e come è stato necessario fermarsi, tirare il fiato, togliere la puntina, raccogliere le idee, muti, e pensare "è troppo, non è possibile che sia tutto così straordinario". Eravamo tre amici, raccolti in una stanza, davanti ad una fonovaligia di Selezione, sconvolti da quanto stavamo ascoltando. Dopo "Sgt. Pepper", senza un attimo di tregua, avevamo ascoltato "From A Little Help From  My Friends" e "Lucy In The Sky", ma non abbiamo avuto la forza di andare avanti. Quel disco era assolutamente fuori del mondo. E non avevamo ancora sentito "Getting Better", "Fixing A Hole", o "A Day In The Life".
         L'uomo seduto accanto a me si muove piano e sembra molto contento di raccontare. Il momento è surreale, è magico, incredibile, interrotto soltanto dagli scatti della macchina fotografica di Emanuela Crosetti. Sono scatti leggeri, rarefatti, attenti, fatti in punta di piedi, con dolcezza, per non rompere quella magia così palpabile. Pochissimi, per non disturbare. Attenti a tutto quanto accade in quella stanza e a quello che c'è dietro le pieghe del viso di quell'uomo.
         E l'uomo seduto accanto a me tesse racconti e snocciola aneddoti. Racconta episodi che conosco perfettamente fin da quando ero bambino, anche se li ho sentiti raccontare solo da altri, anche se li ho letti su un libro o visti di quando in quando in spezzoni di trasmissioni televisive. Ma quest'uomo è il protagonista vero, reale, assoluto. Di quando in quando si ferma, come a ricordare meglio, guardando leggermente verso l'alto, a pensare, a ricordare, per poi riprendere con rinnovata convinzione riabbassando lo sguardo con decisione verso di me. Io gli spiego che quando ho sentito "Please Please Me" per la prima volta nel '63 ero semplicemente un bambino del tutto lontano dalla musica e ignaro dell'esistenza dei Beatles, della musica, del pop, di un 'middle eight', dell'importanza di un inciso, di un riff, di come si armonizza una parte vocale, di cosa fosse una Country Gentleman. Tabula rasa. Nessun interesse, a parte i treni elettrici e le figurine dei calciatori. Poi qualcuno mette cinquanta lire in un juke-box per sentire quel 45 giri, e quel bambino rimane a bocca aperta, smette di fare qualsiasi cosa stia facendo, rimane impietrito ad ascoltare, ha la pelle d'oca. Come è possibile, Sir George, me lo spieghi lei. Soltanto lei, Sir George, può spiegarmelo. Cosa spinge un bambino privo di qualsiasi frequenza con la musica ad alzarsi dalle sue occupazioni, impietrito, e ad avere la pelle d'oca dovunque. Cosa c'era là dentro, cosa diavolo aveva quella musica, quei cori, che razza di sortilegio avevate preparato. Da quel momento non ho potuto più pensare ad altro che a comprare una chitarra e a suonare come avevo sentito in quel 45 giri, e la mia vita è cambiata totalmente fino ad oggi.
         L'uomo seduto accanto a me abbozza un sorriso, mi guarda dritto dentro gli occhi per un periodo che mi sembra un'infinità, e finalmente risponde: "Tu sai cos'è". Ed ha ragione. Certo che lo so.
         L'uomo che siede accanto a me si alza, quando gli spiego che dobbiamo andare, e ci abbracciamo e baciamo, come parenti affettuosi che si salutano. Grazie davvero, Sir George. Love Is All You Need.

Paolo Somigli